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venerdì 28 agosto 2026

 Himalaya, la tragedia climatica

Da "Il fatto quotidiano" - 28/08/2026
 

Grazie alle prime immagini satellitari interpretate dal gruppo di ricerca GAPHAZ - Glacier and Permafrost Hazards in Mountains sembra che si sia trattato di un cedimento di una porzione frontale di un ghiacciaio a quota 5.200 metri nella zona del Langtang Lirung (7.227 m, Nepal, 140 km a Ovest dell'everest). 

 La fronte glaciale è collassata in quanto risul-terebbe franato anche il basamento roccioso che la sosteneva creando una colossale valanga di ghiaccio e roccia. Non è stata invece una GLOF (Glacier lake outburst flood), ovvero una piena causata da svuotamento di lago glaciale, in quanto nelle immagini satel-litari non ce n'è traccia. 

Nella rapida discesa a valle, lo sviluppo di calore per attrito ha liquefatto il ghiaccio generando una lava torrentizia che si è via via ingrossata con i detriti asportati dai versanti vallivi, abbattendo 19 ponti e oltre 40 km di strade.

L'impatto con il valico di frontiera tra Cina e Nepal a Rasuwagadhi-gyirong, noto come Friendship Bridge, è stato devastante, l'onda di piena ha spazzato via interi villaggi e causato probabilmente più di mille vittime. Il terremoto di magnitudo 5.2 registrato dai sismografi della regione non è stato la causa bensì l'effetto dell'enorme frana.

 

Cosa c'entra il riscaldamento globale con questo evento?  

Semplicemente è un fattore potenziale di innesco che ne aumenta le probabilità di accadimento e le dimensioni. Le elevate temperature che anche sulla catena Himalayana divorano da decenni neve e ghiaccio destabilizzano il permafrost, cioè il suolo perennemente gelato che agisce da collante tra i blocchi rocciosi; l'acqua che circola tra il ghiaccio e la roccia lubrifica le superfici, accelera i movimenti dei ghiacciai, gli spostamenti, si infiltra nelle fratture.  

 

Movimenti che solo trent'anni fa si misuravano in centimetri al giorno diventano improvvisamente di svariati metri, fino al collasso istantaneo...

 
Friendship Bridge - 1997





Foto di G. Scotto di Clemente - Tra Tibet e Nepal 1997

mercoledì 27 novembre 2024

 L’inverno resta senza neve

 

... Uno studio pubblicato su Nature ricorda che l’Artico si surriscalda quattro volte più rapidamente del resto della Terra. La stessa accelerazione investe tutte le terre estreme in alta quota. Anche sulle Alpi, dove gli impianti da sci stanno per inaugurare la stagione, per ora la neve naturale e il freddo scarseggiano. Solo in alcune località di Francia e Svizzera, sopra i 2500 metri, i fiocchi  hanno permesso le prime discese.Lo spettro del caldo, a quote inferiori, frena perfino la produzione di neve programmata: inutile e costoso consumare acqua per imbiancare i caroselli, con la prospettiva di assistere allo scioglimento del manto sparato sui tracciati.
 
Patagonia 1998

L’allarme inverno non risparmia le più iconiche regioni di montagna. Uno studio pubblicato su Scientific Reports avverte che rischiano di scomparire presto anche i ghiacciai della Patagonia, nel Sud dell’Argentina. In 4500 degli ultimi 6 mila anni, pari al 76% del tempo, sono state le precipitazioni nevose a determinare ritiro e avanzata dei loro fronti. L’arretramento ormai è costante e a innescarlo è il caldo. Solo se il riscaldamento del clima non superasse 1,5 gradi nel prossimo secolo, la neve invernale potrebbe conservare il ghiaccio: le temperature invece in Patagonia, nei prossimi cinque decenni, sono
stimate in aumento di 2,8 gradi.

In agonia è la stessa catena himalayana. Tra Pakistan, Nepal, India e Cina il ghiaccio è ormai confinato poco sotto quota 6 mila metri. I nevai dei 14 Ottomila, anche in queste settimane, si sciolgono con una rapidità che i climatologi asiatici definiscono «spaventosa». La fusione fa esondare torrenti e fiumi a centinaia di chilometri di distanza dalle morene: decine di laghi sono a un passo dal tracimare. Città e villaggi, a valle dei bacini in piena, vivono nell’incubo quotidiano di essere evacuati, o spostati per
sempre.
Pakistan, Nagna Parbat 2001

Dopo l’Africa anche l’intera Asia, dove la vita dipende dai ghiacciai e dalla neve che i monsoni accumulano sull’Himalaya, distribuendola nelle campagne durante i mesi secchi, fronteggia le prime migrazioni interne innescate dal clima sconvolto. 

In Europa il cronico ritardo del freddo e l’imprevedibilità della neve impongono un nuovo modello economico, turistico e sportivo. Nella Lapponia senza fiocchi le renne di Babbo Natale possono volare, sulle Alpi i turisti, prima ancora dell’inverno, non si rassegnano a fare a meno di sciare.


Da "La repubblica" - 27/11/2024
Foto di G. Scotto di Clemente

lunedì 8 febbraio 2021

 L'Himalaya e i suoi ghiacciai

Il glaciologo: “Processo irreversibile Ci salva il monitoraggio” 
 
da La repubblica - 8/12/2021 - Giacomo Talignani
 
«Concordo con chi dice che quel che sta accadendo ai ghiacciai è come nel gioco jenga: negli anni togli un pezzo dopo l’altro, ma la torre sta ancora su. Quando però togli quello giusto, allora tutto cade. Quello dell’Himalaya era uno di quei pezzi e purtroppo ne perderemo sempre di più». Renato Colucci, glaciologo del Cnr Istituto di Scienze Polari, è chiarissimo sulla condizione dei ghiacciai del mondo. «Ormai è tardi, vanno verso una direzione irreversibile. Quello che possiamo fare è monitorarli e prepararci».
 

 
Dovremmo aspettarci altre tragedie del genere?
«Sì, con sempre più frequenza. Ne sono già successe tante, anche in Himalaya, dove alcuni ghiacciai hanno ceduto, solo che per fortuna non hanno fatto vittime.
Purtroppo questa volta invece è stato fatale. Dobbiamo prepararci: altri cadranno, ma possiamo cercare di prevedere e adattarci».
Serve più monitoraggio sullo stato dei ghiacciai?
«In certe zone del mondo, come Alpi italiane o svizzere, le situazioni di rischio sono attentamente monitorate.
Laddove questo non avviene, quando un ghiacciaio viene giù spesso non si è preparati, come in India. Anche se nessuno vuole ammetterlo certi ghiacciai e vicini villaggi del mondo vengono considerati di serie B.
Probabilmente con un forte monitoraggio, tragedie come questa sarebbero evitabili».
Quali nel mondo dovrebbero preoccuparci maggiormente?
«Non tutti ghiacciai sono uguali.
Alcuni, come la Marmolada, scompariranno presto, ma potrebbero sciogliersi senza ripercussioni dirette sull’uomo.
Invece sono tutti a rischio quelli dell’Himalaya, le Ande cilene e peruviane, del Nord America. Però per l’intera comunità globale preoccupano soprattutto i ghiacciai dell’Antartide. Come lo scioglimento della porzione West antartic ice sheet, che ormai è già in un processo irreversibile e si teme innescherà un volume d’acqua in grado di alzare il livello del mare di 3 metri in un secolo».
Non possiamo fermare lo scioglimento. Possiamo però prevenirlo?
«Il clima è cambiato così rapidamente che i ghiacciai non hanno avuto tempo di adattare le loro dimensioni al nuovo clima.
Sono come un cubetto di ghiaccio tirato fuori e messo sul bancone della cucina. Quello che possiamo fare sono azioni di adattamento e mitigazione, studiare le situazioni di rischio, ma anche prepararci ad abbandonare certe zone dove potrebbero impattare».